Bambini soldato, il dramma del Congo

Fonte foto: The Guardian, foto di Nicolas Postal/EPA

Fonte foto: The Guardian, foto di Nicolas Postal/EPA

«Quello che si prova all’inizio è un senso di vuoto. Poi c’è l’abitudine. Solo dopo crolla addosso tutto il peso di quello che hai vissuto e hai fatto». Sono i ricordi di un ex soldato bambino del Kivu, regione orientale della Repubblica Democratica del Congo. E ancora, una bambina rapita dai militari racconta: «Ero la donna di uno dei capi, ero la sua schiava: dovevo tenere tutto in ordine e pulito e preparargli da mangiare, la notte dovevo essere la sua schiava sessuale e soddisfare tutte le sue voglie. Poi quando lui è morto gli altri soldati hanno abusato di me, continuamente. Avevo solo voglia di suicidarmi».

Impressionanti le cifre dei bambini utilizzati nei conflitti in tutto il mondo: sono circa 300 mila i minori coinvolti in 30 conflitti nei 5 continenti, i morti sono milioni, i feriti molti di più. In Africa l’uso di bambini, dai quattro anni in su, è praticato in Sudan, Sierra Leone, Congo e Uganda. Con delle particolarità in ciascun paese: se in Sierra Leone il fenomeno, dopo dieci anni di conflitto, si è arrestato, in Congo e in Uganda arruolare bambini è pratica comune sia per i ribelli che per l’esercito regolare. Ai bambini spetta la pratica di iniziazione alla guerra più difficile da digerire: il primo attacco è al proprio villaggio dove, per dimostrare di aver tagliato i ponti con la propria famiglia (e costretti a farlo per non essere uccisi a loro volta) devono assassinare i propri genitori o i propri fratelli.

Il Congo è interessato da una guerra infinita, che formalmente ha interessato il paese dal 1996 al 2003, ma che in realtà non è mai terminata e continua ininterrottamente sotto forma di guerriglia con truppe governative o di ribelli provenienti da 5 diversi stati africani. All’origine degli scontri Il controllo e il saccheggio sistematico delle risorse naturali come oro, diamanti, coltan e legnami pregiati, di cui il paese è ricchissimo (il più ricco del continente). Ad oggi sono oltre tre milioni i morti, tra vittime dirette di scontri e massacri e quelle decimate dalla fame e dalle malattie. E i numeri continuano a crescere. Negli ultimi mesi si è assistito a un crescere della recrudescenza della guerra civile che insanguina ormai la zona del Kivu, un tempo perla e polo turistico dell’ex Zaire, per via del bellissimo lago e della natura incontaminata. Qui i bambini soldato vivono una situazione di orrore  e crudeltà continua. E per le bambine la situazione è doppiamente difficile: oltre a combattere devono tenere il campo pulito, le divise in ordine, preparare da mangiare e soddisfare gli istinti sessuali dei soldati.

Il centro Mater Misericordiae di Bukavu (nella regione del Kivu) opera in tale contesto per offrire assistenza medica e psicologica a ex-bambini soldato e vittime di guerra. Fondato nel 1995, oggi il centro ha altre tre sedi a Makobola, Kasika e Kamituga. Psicoterapeuti, infermieri, operatori e volontari vengono coordinati dal medico congolese Colette Kitoga Habanawema, che ha vissuto in prima persona gli orrori della guerra e che dopo essersi laureata in Italia ha deciso di tornare nel suo paese per aiutare la sua gente. 

Oggi i centri accolgono e aiutano oltre 3.000 bambini tra cui orfani che hanno assistito all’uccisione dei loro genitori, bambini soldato che fuggono dall’esercito e dalla guerriglia, giovani sfruttati nelle miniere di oro e coltan, bambine e ragazze vittime di violenze.  Il primo passo è quello di valutarne i traumi (fisici e psicologici) subiti e curarli. Poi i bambini vengono introdotti alla scolarizzazione e al recupero del gioco, completamente perso durante gli anni della vita da soldato. Nei centri i piccoli trovano anche protezione, possono nutrirsi, vestirsi, essere curati e ricevere quell’affetto che ogni bambino cerca, reinserendosi in una situazione di vita quasi normale.

Escluso dai finanziamenti nazionali, per corruzione di politici e amministratori locali, e dai finanziamenti di ministeri esteri o comunità europea, perché è una realtà locale non sostenuta da ONG europee se non in forma saltuaria, il centro vive di donazioni e sostegni di un paio di onlus italiane, tra cui Cucimondo, che hanno conosciuto in prima persona Colette Kitoga e visitato le sedi in Congo.